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Piacere in Scatola: un’esperienza sensoriale, un cubo di pelo rosa

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L’abbiamo definita un’installazione partecipativa e un’esperienza sensoriale, ma ‘Piacere in scatola’ è soprattutto un cubo di scaglie di legno rosa rivestito di pelo rosa che da qualche mese a questa parte portiamo in giro per l’Italia per invitare le persone a prendersi una breve pausa di piacere.

Tutto è nato sul finire di maggio, quando il Festival dell’Amore ci ha messo a disposizione un angolo di Triennale dove far materializzare Le Sex en Rose offline per la prima volta durante la tre giorni milanese che celebra l’amore come modello di vita tra eventi musicali, reading, talk, installazioni, riti d’amore, party.

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‘Piacere in scatola’ ancora non esisteva. L’idea iniziale l’ha avuta Ivano: una rivisitazione en rose del glory hole per offrire un’esperienza di piacere nel senso non sessuale, non genitale, non pornografico del termine. Poi abbiamo deciso che il nostro glory hole avrebbe dato l’accesso a una scatola sensoriale pronta ad accogliere le mani dei volontari che si sarebbero sottoposti a qualche minuto di stimolazione al buio.

bozzetto allestimento Piacere in scatola Le sex en rose

Primo bozzetto dell’allestimento di ‘Piacere in scatola’ per il Festival dell’Amore

Nel giro di dieci giorni l’abbiamo immaginata, progettata e manualmente costruita, assemblata e personalizzata. E poi l’abbiamo portata al Festival dell’Amore, verniciata e stickerata di fresco. Abbiamo allestito il nostro angolino en rose nel Salone d’Onore della Triennale di Milano e abbiamo atteso che qualcuno si avvicinasse, pronti a far partire e guidare l’esperienza.

 

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A ogni persona che si avvicinava chiedevamo tre cose:

  • se preferisse fare l’esperienza bendata oppure no;
  • se avesse preferenze sulla persona da cui ricevere la stimolazione (tra me, Ivano o entrambi)
  • di scegliere una safeword, una parola di sicurezza del tutto fuori contesto da dire nel caso in cui, per qualsiasi motivo, si volesse interrompere l’esperienza prima dei 2 minuti di tempo previsti.

Questi passaggi si sono rivelati fondamentali come ci immaginavamo nel permetterci di personalizzare l’esperienza sulla volontà e sulla predisposizione di ogni persona e nel sottolineare l’importanza dei concetti di consapevolezza, autodeterminazione e consenso come compagni fondamentali nel viaggio alla ricerca del piacere.

Una volta stabiliti i limiti dell’esperienza, la mano varcava il taglio verticale sulla soglia di pelo rosa, la clessidra veniva girata e al cadere del primo granello dorato iniziava una sequenza di stimolazioni.

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‘Piacere in Scatola’ al Festival della Sessuologia – foto Tommaso Martinoli

Nella nostra visione, ‘Piacere in scatola’ è sempre stato un modo per proporre una rimappatura del piacere, sia in senso fisico – togliendo il focus dall’unica area (genitale) che si prende in considerazione durante l’esplorazione della sessualità, che mentale – ponendo al centro della vita sessuale il piacere come obiettivo ultimo al posto di traguardi quantitativi come prestazione/durata/frequenza.

Ma fino al momento della prova sul campo temevamo che l’esperienza che stavamo proponendo fosse banale e anche un po’ noiosa, con il rischio di diventare meccanica; che fosse più interessante come esperimento concettuale che come qualcosa da sperimentare. Spoiler: siamo stati smentiti.

 

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Ogni singola esperienza di stimolazione si è rivelata squisitamente umana e formativa, sempre diversa da quella prima e quella successiva.

Abbiamo osservato che ci sono mani che entrano nella scatola timide e rigide, che si fermano poco oltre il foro, e altre sicure e spavalde; che alcune sono curiose e iniziano a tastare tutto quello che le capita a tiro, altre si lasciano guidare pazienti e fiduciose. Le stesse mani possono uscire contente, stranite, incredule, rilassate o eccitate.

Dopo il Festival dell’amore, ‘Piacere in scatola’ è stato invitato al Festival della Sessuologia (Firenze, 14-15 settembre 2019) e al Future Shots 2019, festival sull’innovazione di H-Farm (20-21 settembre 2019). In queste occasioni abbiamo incontrato mani (e persone) di tutti i tipi, di tutte le forme, di tutte le età. Abbiamo capito che il fattore umano è quello che rende unica ogni singola esperienza, e che pochi minuti di tempo sono sufficienti per stabilire un contatto emotivamente intimo con una persona fino a quel momento sconosciuta. In alcuni casi abbiamo sentito di aver dato tanto, in altri abbiamo ricevuto e spesso c’è stato uno scambio equilibrato in termini di energia, emozioni, sensazioni. In tutti i casi abbiamo chiuso la scatola, a fine giornata, con la sensazione che ci avesse drenato tantissima energia, perché in tutti i casi abbiamo cercato di lasciare qualcosa a tutti.

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‘Piacere in Scatola’ al FutureShots 2019

Spesso ci è capitato di fermarci per rispondere ad alcune domande. In particolare ce ne sono due che riceviamo frequentemente.

Cosa c’è dentro la scatola?

Infilare la mano all’interno della scatola senza sapere esattamente cosa succederà mette in gioco una serie di variabili che rendono l’esperienza più significativa e complessa, implica un livello più profondo del mettersi in gioco e richiede un atto di fiducia nei nostri confronti. Per questo preferiamo non lasciare sbirciare il behind the scenes, soprattutto prima di fare l’esperienza.

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‘Piacere in Scatola’ al Festival della Sessuologia – foto Tommaso Martinoli

La stimolazione è sempre uguale?

Le stimolazioni sono simili tra un’esperienza e l’altra ma mai uguali e possono differire per tipologia, numero, intensità. Cerchiamo di osservare e ascoltare la persona che abbiamo di fronte, interpretare le espressioni sul volto e variare la stimolazione di conseguenza. Il tutto implica uno scambio di occhiate, cenni e sussurri tra me e Ivano, che di solito conduciamo l’esperienza insieme Alcune persone si abbandonano completamente alle sensazioni, altre si concentrano sul distinguere tutto quello che viene in contatto con la mano.

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‘Piacere in Scatola’ in fase di allestimento al Festival della Sessuologia – Foto Tommaso Martinoli

Una persona ci ha chiesto, scettica, quale fosse un buon motivo per fare l’esperienza (e la coda per arrivare alla scatola del piacere).

La realtà è che ognuno può elaborare una propria lettura dell’esperienza (e non è detto che tutti trovino un buon motivo per farla, e va bene). ‘Piacere in scatola’ può far riflettere su quante cose possono succedere in solo due minuti di tempo e quante se ne potrebbero far accadere se dedicassimo più energia e attenzione al piacere nella quotidianità, prendendoci del tempo per esplorarlo da soli o con le persone che ci stanno vicine. Può far ragionare su quante sensazioni si possono provare interagendo con perfetti sconosciuti dopo aver stabilito dei confini e le basi per un rapporto di rispetto e fiducia reciproci. Su come la privazione di un senso (in questo caso quello della vista) possa incidere sull’esperienza del piacere. Su come il corpo reagisca a varie stimolazioni (per qualcuno il contatto umano rimane insuperabile, qualcun altro ricerca stimolazioni nuove e diverse dalle ‘solite). Su come il piacere possa funzionare da scorciatoia nella costruzione di legami umani profondi seppur brevi.

Su quanto, forse, ci siamo disabituati a relazionarci tra esseri umani, a far comunicare mente e corpo e a esplorare il nostro potenziale fisico ed emotivo, distratti e separati dai filtri che il quotidiano frappone tra noi e il mondo che ci circonda.

 

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