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L’8 marzo al Circolo dei Lettori di Torino: il sesso invitato a una serata culturale

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L’8 marzo siamo stati invitati a portare il nostro messaggio di libertà sessuale durante una serata organizzata da Giulia Muscatelli e Libreria Therese al Circolo dei Lettori di Torino, dedicata a quella parte del femminile che per etica e buonismo viene solitamente ignorata, composta dalle donne più crudeli e spietate della storia.

Durante la serata, il sesso è diventato materia di cultura e dentro le sale solenni del Circolo, hanno risuonato parole come orgasmo, piacere femminile, clitoride, poliamore, potere erotico, consenso e vibratore.

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L’evento è stato organizzato come un quiz a squadre seguendo un collaudato format che prevede diversi giochi in stile trivia. Per vincere uno dei giochi, generosamente dedicato a Le Sex en Rose, le squadre sono state chiamate ad indovinare 3 titoli di film che trattano di alcune sfumature della sessualità e dell’erotismo: Harry ti presento Sally, Basic Instinct e Proposta indecente. Noi abbiamo colto l’occasione di ognuno dei film per ampliare la prospettiva e stimolare la riflessione su tre tematiche. 

1. Donne che fingono l’orgasmo

 

Perché ci sono ancora tante donne che fingono l’orgasmo?

La risposta breve è che molte volte è più semplice e veloce fingere l’orgasmo piuttosto che raggiungerlo.

La risposta vera è un po’ più complessa.

Prima di tutto ci sono svariati motivi per i quali si finge un orgasmo: per concludere velocemente un pessimo sesso; perché il partner se lo aspetta e non lo si vuole deludere; per compiacere il partner e coccolare il suo ego; perché ci si vergogna di chiedere al partner di cambiare posizione o pratica sessuale se ci si rende conto che quello che si sta facendo non piace; perché si teme di non essere in grado di raggiungerlo; perché non si sa come raggiungerlo e non è mai stato provato prima.

La motivazione reale, nonché comune denominatore di tutti i possibili motivi, è che nessuno (ancora) dice alle future donne che il loro piacere conta, che esiste indipendentemente da quello maschile e dalla presenza di un partner. Non lo fa la famiglia, non lo fa la scuola, non lo fa la società.

Nessuno incoraggia chi ha una vulva e una vagina a fare la conoscenza del proprio corpo, a esplorarlo e testarlo per imparare come risponde agli stimoli e ricercare una sensazione positiva e non sentirsi in colpa per questo.

L’idea socialmente accettata è quella della donna disinteressata al sesso che gode solo in presenza di un partner uomo, attraverso la penetrazione, grazie alla sua abilità, virilità, esperienza eccetera. Meglio ancora se per fare figli (e se non gode nemmeno). L’idea di una donna che gode perché le piace e le piace esplorare la sessualità è giudicata (negativamente) e condannata.

Dalla cultura popolare – dal cinema mainstream alla pornografia – impariamo che una donna gode attraverso la penetrazione e che nel sesso vincono la velocità, le dimensioni, la prestanza fisica. Quasi tutte le volte in cui parliamo di sesso in realtà parliamo esclusivamente di penetrazione, soprattutto vaginale. Fare sesso, nel linguaggio quotidiano, significa infilare un pene nella vagina. Nel menù delle pratiche sessuali la penetrazione è la portata principale, tutto il resto è un antipasto facoltativo. Distinguiamo ancora il sesso (come penetrazione) da tutto il resto che chiamiamo preliminari, riscaldamento, coccole, altro.

Una donna che si ritrova con delle difficoltà a provare piacere durante la penetrazione pensa probabilmente di avere qualcosa che non va, di non rispecchiare la normalità. Nella maggior parte dei casi si accontenta di un sesso poco soddisfacente e si auto-condanna a non godere.

Perché tutta questa ossessione per la penetrazione? Perché quella è la via per procreare, fare figli, continuare la specie umana. Peccato che, nella maggior parte dei casi, non sia la via del piacere, soprattutto femminile.

Oggi stiamo lentamente imparando che il centro del piacere di una donna sta all’esterno della vagina, in quella parte che ha un nome diverso (vulva), e si chiama clitoride, che è visibile all’esterno nella parte del glande, dove si concentrano 8.000 terminazioni nervose, e si estende in tutta l’area pelvica, nascosto alla vista, andando a interagire con altre aree del corpo che contribuiscono al piacere, come quella che chiamiamo punto G.

La scienza stessa ha largamente ignorato il piacere e la sessualità femminili, fatte salve le sue funzionalità procreative. Ad oggi sappiamo ancora poco dell’orgasmo femminile, di come si origini con precisione, di quali zone interessi nello specifico, di quale sia esattamente la sua funzione. E quando se n’è occupata ha spesso fatto danni.

Un secolo fa, nel 1905, un omuncolo di nome Freud si è scomodato a creare una gerarchia degli orgasmi, relegando l’orgasmo clitorideo alla fase adolescenziale della vita di una donna, segno di immaturità sessuale, ed elevando l’orgasmo vaginale a espressione matura del piacere sessuale femminile. Se una donna non riusciva a raggiungere l’orgasmo attraverso la penetrazione vaginale con un uomo, preferendo la stimolazione clitoridea, voleva dire che c’era qualcosa che non andava in lei, era da considerarsi frigida e aveva bisogno di un aiuto psicologico.

Di tempo ne è passato ma paghiamo ancora le conseguenze della validità che è stata riconosciuta alle teorie di Freud. Da quel momento la parola clitoride è praticamente scomparsa dalla letteratura medica e qualsiasi altro testo, e oggi le cose non sono ancora cambiate.

Non so voi, ma nelle poche ore di educazione sessuale che io ho ricevuto a scuola non ho mai sentito parlare di clitoride. Vari professionisti si sono piuttosto spesi per insegnarmi cosa fosse l’imene, venduto come sigillo culturale della verginità e integrità morale e fisica di una donna. Peccato che sia un sigillo che madre natura ci fornisca già bucato e che non abbia nessun valore morale.

2. Il sesso come strumento di potere

 

Basic Instinct racconta di una donna che è consapevole del proprio corpo e dell’effetto che ha sugli altri, che si serve del proprio corpo e della propria sessualità per ottenere ciò che vuole.

Spesso il sesso è utilizzato come strumento di potere e come merce di scambio, più volte di quelle che siamo disposti ad ammettere. Tutti, uomini e donne, abbiamo in mano un potere erotico che possiamo esercitare su persone del genere uguale o opposto al nostro per ottenere qualcosa (in più?), da una semplice attenzione a qualcosa di più corposo (un regalo, un’assoluzione da qualcosa, un avanzamento sul lavoro). Il potere erotico è stato anche teorizzato da una sociologa inglese, Catherine Hakim, che ha elaborato la definizione di capitale erotico, derivante da un insieme di caratteristiche di una persona, come la bellezza, il fascino, lo stile, la personalità, l’energia sessuale.

Uomini e donne usano entrambi questo potere erotico, ma spesso in modi differenti. Solitamente le donne lo usano per ottenere qualcosa, concedendo qualcosa di sessuale o sessualmente allusivo in cambio, mentre gli uomini se ne servono per concedere qualcosa in cambio di qualcosa di sessuale o sessualmente allusivo. Questo perché la struttura sociale in cui viviamo mette ancora il potere, la ricchezza e l’autorità nelle mani degli uomini (sapete, quella cosa che ha quel nome orribile: sistema patriarcale).

Ultimamente il mondo si è espresso a gran voce sugli uomini che usano il sesso come merce di scambio e arma di potere e li ha messi nella parte dei cattivi. Il movimento #MeToo ha smascherato stupratori, molestatori, aggressori che sono stati giudicati, condannati e in alcuni casi puniti.

Ma nessuno parla mai delle donne che usano il sesso e il potere erotico come strumento di potere. Queste donne sono buone o cattive? Stronze o furbe? Condannabili o assolvibili? Sono tante, poche o siamo tutte?

Penso che se c’è una cosa in cui la macchina del #MeToo ha fallito è quella di aver taciuto e nascosto il potere erotico delle donne, appiattendo la rappresentazione del femminile.

Le donne che hanno dato voce al movimento #MeToo, che hanno raccontato storie di molestie subite, sono improvvisamente state fatte sante dai media. Tra loro ci potevano essere stronze, opportuniste, false e maligne. Ma il fatto stesso di aver subito una molestia le ha automaticamente santificate, assolvendole da qualsiasi promiscuità.

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Può essere sembrato che il #MeToo abbia liberato le donne dalla subordinazione machista e dalla cultura sessista, ma forse ha solo contribuito a controllarle ulteriormente, a rafforzare l’antica ed eterna dicotomia tra buone e cattive, sante e puttane.

A mio avviso, il movimento #MeToo ha perso la grande occasione di parlare del potere erotico come qualcosa che appartiene a tutti, che tutti almeno una volta nella vita usiamo e che tutti dobbiamo imparare a gestire. Ha mancato di dire che tutti dobbiamo farci i conti e che dobbiamo necessariamente metterlo da parte nel momento in cui viene a mancare il consenso e il rispetto delle persone sul quale lo esercitiamo, perché in quel caso si parla di molestia, di violenza, e quello è inevitabilmente da condannare.

Il consenso è un concetto che la nostra società non ha mai approfondito abbastanza. Nel sesso il consenso è un valore non solo fondamentale ma anche positivo ed eccitante. Il consenso è il presupposto per poter decidere consapevolmente di fare qualsiasi cosa si voglia nel rispetto delle persone coinvolte. Perché no significa no ma sì significa sì.

3. Complicità di coppia, monogamia e relazioni alternative

In Proposta indecente l’arrivo di una terza persona mette a dura prova l’equilibrio di una coppia e in discussione l’amore stesso su cui si fonda il rapporto.

Nella nostra cultura spesso tendiamo a considerare l’amore e la monogamia come la stessa cosa.

C’è una frase che credo sia molto significativa e riesca a spiegare in cosa, in realtà, le due cose differiscono: l’amore è un sentimento, la monogamia è una regola.

La monogamia non è qualcosa che esiste in natura, ma piuttosto un artefatto culturale elaborato dall’uomo, un prodotto della religione cristiana e del Romanticismo, che hanno fondato il concetto di amore sul rapporto tra due persone di sesso opposto.

Nel regno animale praticamente la monogamia non esiste. Se guardiamo ai nostri parenti più stretti – gli scimpanzé e i bonobo – ci rendiamo conto che la monogamia sarebbe anzi controproducente.  I bonobo, in particolare, oltre a essere simili agli umani per struttura ossea e muscolare, per la capacità di rispondere a stimoli e di risolvere problemi, mostrano similitudini anche nella sfera sessuale. Per esempio, il sesso non è praticato esclusivamente per una funzione biologica di riproduzione, ma anche per gestire una serie di situazioni sociali: per alleviare la tensione, risolvere i conflitti, per prendere decisioni, per salutarsi, per accogliere nuovi membri nel gruppo. Inoltre, come noi uomini, fanno sesso guardandosi negli occhi, per stabilire un legame, si baciano, e le femmine di bonobo vocalizzano il proprio piacere. Le femmine di bonobo fanno sesso con molteplici partner maschi, il cui sperma deve competere con quello degli altri per fecondare l’ovulo. Questo permette alla selezione naturale di fare il suo corso.

 

Con questo non voglio dire che da domani dobbiamo tutti darci al poliamore e ai riti orgiastici, ma che la regola della monogamia, imposta dalla società, dalla cultura e dalla religione, potrebbe non essere ideale per tutti.

Il numero di tradimenti, di separazioni e divorzi causa adulterio, di relazioni segrete, amanti, e anche di relazioni spente che si trascinano consunte, dovrebbe ormai averci fatto capire che forse ci siamo dati una regola che non siamo poi così bravi a seguire.

Sembra che se eliminiamo la monogamia si regni nell’anarchia, ma se prendiamo, per esempio, il poliamore, ci accorgiamo che quella è solo un’altra regola, non l’assenza di regole.

Quello che possiamo fare è cercare di capire quali regole funzionano meglio per noi, per la relazione che stiamo vivendo e non imporci l’unica regola socialmente accettata.

Una delle domande che ci fanno più spesso è come si apre la coppia, la relazione. La verità è che non esiste una ricetta segreta, ogni relazione deve trovare un proprio equilibrio, assestarsi su una configurazione che funzioni per le persone coinvolte.


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