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“Il Natale addosso”, il racconto eroti...

“Il Natale addosso”, il racconto erotico con feticismo Christmas Edition

silhouette corpo nudo illuminato da luce di candela

Un feticismo disordinato, appiccicoso e imbrattato come le tavole dopo i pranzi di Natale in famiglia.

Spiegato come sempre per schemini e narrato attraverso il nuovo racconto erotico scritto e fotografato da Anita Dadà, questa volta in versione natalizia.

 

Wet and Messy fetishism (WAM)

 

schema esplicativo Feticismo wet-and-messy

 

 

Il Natale addosso

 

“Prego, Signori, da questa parte. Un nostro addetto avrà il piacere e l’onore di accompagnarvi nella vostra camera, che è posta al quarto piano, come tutte le suite. Qualora aveste necessità di qualsiasi cosa, in qualsiasi momento, non esitate a contattarci. Saremo subito a vostra disposizione”, dice la ragazza dietro il bancone d’accoglienza del Rose Hotel, cinque stelle. Ventidue di Dicembre, Milano, ore 15.

Non ho idea di quanto sia venuta a costare la camera, anche se l’ho scelta io. Un intero pomeriggio davanti al computer a visionare le foto di hotel di lusso con una caratteristica indispensabile: la cabina bagno turco in marmo direttamente in stanza.

Il ragazzo che ci accompagna ha la faccia di uno che di cose ne ha viste parecchie. Fantastico sull’idea che si sta facendo davanti a una coppia come la nostra, io e Marco. Sembro sua figlia, ma non lo sono. Sembro la sua giovane amante, ma non lo sono nemmeno. Ci fissa nell’immagine riflessa allo specchio, e quando i nostri occhi si trovano, impugna forte i manici delle valigie. La mia, piccola e leggera, contiene soltanto un cambio, la piastra dei capelli, il borsello dei trucchi e il libro che mi ha tenuto compagnia durante il viaggio in treno da Roma. Quella di Marco è molto più grande e ne conosco perfettamente il contenuto. Me lo ha illustrato con delle foto che mi ha spedito via email due giorni fa, assieme a un bonifico di mille euro.

Il resto dei soldi, altri duemila, li avrò in contanti non appena saremo entrati nella suite. Come le altre volte, Marco lascerà la busta di banconote ben stirate sotto al vassoio con i calici, nel frattempo che laverò le mani.

Non abbiamo mai scopato. Sono una Prodomme, non vado a letto coi clienti. Anche se hanno fascino, modi, cultura ed eleganza, come Marco. 

“Ho molta fame!”, gli dico appena il ragazzo dell’hotel se ne va.

“Allora vai a prepararti, così apparecchiamo, mia Regina”, risponde facendomi il baciamano.

Gli infilerei la lingua in bocca, ma mi trattengo sempre. Tremila euro ogni mese sono meglio dell’amore. Lui è un feticista, io una Mistress. Ci ameremo i primi sei mesi, dopodiché odieremo quello che siamo. Ci malediremo e io gli direi quella cosa tanto antipatica: “eri meglio quando eri un mio cliente”.

Esco dal bagno indossando una mutandina bianca di cotone, come piace a lui, e i calzini, sempre bianchi, ma di spugna, il materiale più in grado di assorbire i liquidi. Lui è seduto su una poltrona, indossa solo i boxer, mi aspetta nervoso, si rosicchia le unghie. Poi si alza, mi prende la mano e mi conduce nella cabina dove la temperatura è di 35 gradi, ed è proprio lì come desideravamo, davanti al letto.

Quando Marco apre la valigia scoppio a ridere perché in quel metro quadro di stoffa è racchiuso l’intero reparto dolciumi del supermercato. È stato così anche le altre volte, ma il fatto che adesso sia Natale significa che in quella valigia ci sia anche un panettone.

“Non mangio canditi, mi fanno schifo!”

“Non dovrai mangiarli. E comunque non si dice mai ‘mi fa schifo’ al cibo. Non è giusto”, dice.

“Tesoro, ascolta. Non vorrai mica farmi la morale sulla questione, sapendo quanto ne sprechi tu di cibo, per le tue fantasie”, gli rispondo smorfiosetta.

“Sei saggia, Eva”, dice grattandosi il collo, cosa che fa sempre quando è imbarazzato. Poi, mentre divide le bevande dalle cose da mangiare, aggiunge: “Sono felice che non abbiamo mai scopato. Mi innamorerei di te, già lo so, e quello sarebbe un vero casino”.

“Dici così solo perché senti la fantomatica magia del Natale e hai la necessità di innamorarti di qualcuno”.

“Ma quanto sei stronza? ‘A Natale siamo tutti più buoni’ un cazzo!”, dice ridendo.

Mi sdraio sul marmo caldo nel frattempo che lui dispone la spesa. Cioccolatini dai più svariati gusti, bombolette di panna spray, bottiglie di bibite gassate, barattoli di marmellate, tubi di creme, nutella, yogurt e tante altre cose che solo a guardarle mi si ingolfano le arterie.

“Miss, oggi ti vorrei bendare”, dice.

Forse il pensiero mi eccita. Lo lascio fare.

Quando poi mi ritrovo al buio, faccio un respiro dal profondo, e all’improvviso un senso di pace mi popola il ventre.

“Ho caldissimo ai piedi con questi calzini!”, mi lamento ridendo.

Non lo avessi mai detto. Sento subito il rumore di sfiato di una bottiglia contenente qualcosa di frizzante che viene aperta. E senza neanche un avvertimento su quello che sta accadendo, Marco ne rovescia il contenuto proprio sui miei piedi. Resto immobile fino al completo svuotamento e cerco di dare un senso al piacere che sto provando perché delle bollicine zuccherate di anidride carbonica stanno inzuppando i miei calzini di spugna. I caldi vapori del bagno turco amplificano gli odori delle cose e riesco a riconoscere quello dell’aranciata.

“Ma è Fanta? Non la bevo dalle feste delle elementari!”, respiro sempre profondamente.

“Vuoi berne un po’?”

“Sei matto! Finirebbe tutta sui capelli. Mettici il miele e lo yogurt, fungeranno da maschera nutriente e dopo li avrò lucenti e morbidi”.

“Devi ancora aspettare”, dice.

Sento scartare qualcosa, provo a indovinare ma fallisco. Quando poi la sua mano bollente mi sfiora il viso, percepisco l’odore di cioccolato. Immagino voglia farmelo mangiare, allora tiro fuori la lingua a voler leccare, ma non trovo niente. Fin quando poi sento qualcosa di piccolo sciogliersi sulla pancia. Cioccolatini ripieni di crema spiaccicati fra il ventre e i seni. E poi ancora, le creme. Le sento scendere sulla pelle, immaginandone il colore. Devo avere l’aspetto di un quadro di Pollock, o più semplicemente di una a cui è scoppiato il frigorifero in faccia.

“Muoio di caldo, abbassa la temperatura o mi tolgo la mascherina, mi sento di svenire!”.

É lui stesso a levarmela. Apro gli occhi di scatto e lo trovo abbassato, quasi in ginocchio, accanto a me. Lo guardo e scoppio a ridere:

“Marco, come cazzo fai a rimanere così serio e a non ridere? Sembro una che è caduta in dei secchi di vernice!”.

Non resiste, mi bacia a stampo fermo sulle labbra. Non me lo aspettavo, ma lo volevo. Mi stacco subito e con finta aria altezzosa afferro le bombolette di panna spray e incomincio ad agitarle per colpirlo in faccia. Sembra la scena di un film dove i carcerati si picchiano durante il pranzo in mensa.

Si mette seduto sul marmo caldo e scivoloso di creme e cioccolato ed io, goffamente, mi adagio sopra di lui, a gambe aperte. Ricopro il suo petto di panna su cui disegno un cuore col dito, come avrei fatto col finestrino appannato di una macchina. Abbracci appiccicosi, lingua, dita in bocca. Vorrei che non finisse mai, anche se sto patendo di caldo, di prurito, di solletico, di pressione bassa. Ci sono schizzi anche sul vetro delle ante e il pavimento sembra quello di una pasticceria saccheggiata da un esercito di cinquenni. Mi incastro col suo corpo e mi lascio scivolare, come se stessimo facendo un massaggio corpo a corpo con l’olio caldo. I miei capelli impasticciati di miele e yogurt alla vaniglia colano sulle sue guance.

Lo bacio. Non se lo aspettava. Poi mi metto sdraiata accanto a lui. Restiamo così, senza dir nulla, nei profumi di dolci che ci scopano il cervello. Cerco di immaginare se lui abbia avuto un orgasmo nei boxer che sono fradici di qualsiasi cosa, e capisco che sia andata così, quando rompe il silenzio per dire “dovremmo brindare”

“Ah, ma non abbiamo disintegrato il panettone. Lo avevo preso per fartici accomodare con le natiche!”, aggiunge.

“Non fa niente, lo mangeremo durante il brindisi”, dico con un filo di voce languida.

“Ma sei hai detto che non mangi canditi”

“Posso cambiare”.

Si gratta il collo, come ogni volta che è imbarazzato. Poi mi da un bacio, vero, lento, che sa di passione e non più di cioccolato.

Quando ci stacchiamo dice: “Buon Natale”.

“Buono tu”.

mandarini spremuti sul corpo
corpo nudo steso sul divano
gatto appoggiato su corpo nudo

Schemini, parole e foto di Anita Dadà

Anita Dadà

Anita Dadà è un’artista romana che fa incursioni davanti e dietro la lente fotografica per immortalare l’erotismo quotidiano in scatti che esplorano il corpo, la sensualità e il fetish lasciandosi contaminare da ironia e spontaneità. Quando non scatta fotografie, produce video fetish. Al momento, le sue energie creative sono canalizzate nella scrittura del romanzo erotico d’esordio, di prossima pubblicazione.

Per Le Sex en Rose è autrice di brevi racconti erotici che prendono forma intorno a feticismi gioiosi e trallallà.


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