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“Il conto, grazie”, il racconto erotic...

“Il conto, grazie”, il racconto erotico ispirato al feticismo dei piedi

Piedi nudi che spuntano sotto le lenzuola stese sul terrazzo

Il feticismo dei piedi spiegato per schemini e narrato da una prospettiva inusuale attraverso il nuovo racconto erotico scritto e fotografato da Anita Dadà.

Feticismo dei piedi

Foot Fetishism

spiegazione feticismo dei piedi
Spiegazione feticismo delle scarpe
Spiegazione adorazione dei piedi

Il conto, grazie.

“Dovremmo avere il coraggio di pranzare lontano da qui. Al mare, per esempio”

“Ma non serve il coraggio. Serve una macchina, che ti ricordo, non abbiamo”

“C’è il treno per Ostia Lido. Parte da Porta San Paolo ogni quindici minuti”, dice appallottolandosi nel piumone bianco con cui si copre la faccia quando spalanco le persiane, lasciando entrare prepotentemente la luce del sole in camera.

“Allora salta fuori da quel letto e vestiti”, la sollecito.

“E a lavorare non ci vai?”, chiede speranzosa da sotto le lenzuola scoprendo gli occhi soltanto.

“Parlavi di coraggio o no?”

Sta sorridendo, anche se non vedo la sua bocca. Alessandra, vent’anni compiuti ieri.

“Amore, non ti voglio incasinare col lavoro”

“Mi hai già incasinata con tutto”, rispondo.

“Ma… ma che significa?”, adesso scopre il viso completamente.

“Significa che ti amo.”

Salgo in piedi sul letto e incomincio a saltare come fanno i bambini quando sono felici.

“alzati! alzati! alzati!”

Mi afferra una caviglia per fermarmi. Ho il fiatone, mi inginocchio sul materasso, le afferro la testa con entrambe la mani e la bacio.

“Ti amo anche io”, sussurra.

“E allora alzati!”, dico sedendomi sopra di lei per il semplice gusto di infastidirla. Le spingo un piede sulla faccia, ne mordicchia la pianta.

“Criceto, alzati e fai la doccia. Preparo la colazione e sento il medico per la giustificazione.”

Sculetta in mutande fino al bagno, la seguo con lo sguardo e, quando chiude la porta, sorrido innamorata. La sento cantare a squarciagola dalla cucina. Ancora, sorrido innamorata.

Alessandra, dieci anni meno di me. L’ho conosciuta al locale in cui lavora come bartender. Piaceva a un mio amico.

“A quella piace la figa quanto piace a me -gli avevo detto appena me l’aveva indicata dietro al bancone- se ci sta, ti giuro che facciamo una cosa a tre.”

Col cazzo che l’abbiamo fatta. Me ne sono innamorata la prima volta che abbiamo fatto l’amore tutta la notte, anzi, tutta la mattina, dato che eravamo rimaste a sbronzarci fino all’alba. Poi eravamo riuscite a raggiungere casa mia a piedi. Anche quel giorno, da sotto la doccia, cantava la stessa canzone di oggi.

Mercoledì tredici maggio, Roma, ventiquattro gradi.

Dalla terrazza del ristorante che da sulla spiaggia si vede un ammasso di scogli cubici con dei pescatori che passano il tempo. Una sciantosa sulla cinquantina, già abbronzatissima, prende il sole in un bikini striminzito, ovviamente animalier. Il cameriere ha la classica faccia di chi ha capito che ci amiamo e pensa “che spreco di figa”. Ci serve un’insalata di polpo in salsa di zenzero e menta e due flûte di champagne, sul piccolo tavolo quadrato. La tovaglia è grigia e la conchiglia che fa da posacenere è già stata sporcata da un precedente fumatore.

Alessandra è seduta davanti a me, tiene gli occhiali da sole sulla testa e lo sguardo perso verso il mare.

“Quanto vorrei andare in spiaggia a bagnare i piedi”, dice.

“Dopo ti ci porto”

Sorride

“Anche se potrei farti bagnare i piedi già da qui”, aggiungo.

“Cosa cazzo hai in mente, Anita?”

Allargo le cosce e le nascondo sotto al tavolo, coprendo bene col tovagliolo lo spazio fra la carne e il bordo della tovaglia, dove la gonna è troppo corta. Lei indossa i jeans e ai piedi le ballerine. Ha le gambe così lunghe che non le serve neanche di avvicinarsi con la sedia quando sfila una scarpa e poggia il piede sul bordo della mia sedia, in mezzo alle mie gambe.

“Spingimelo nella figa. Scopami.”

Ci guardiamo attorno anche se nessuno può accorgersi di quello che sta accadendo sotto al tavolo e nelle mie mutandine. C’è un solitario che beve del vino e addenta una fetta di pane a un tavolo troppo lontano da quello nostro. Quasi mi dispiace.

Sotto al tavolino di un ristorante di Ostia, c’è un alluce che si ritira come un uncino e cerca di spostare quel pezzo di cotone, ormai umido, che copre le mie grandi labbra. Ho sempre amato fare l’amore coi piedi. Non mi piace il cazzo.

Incomincio a dondolare il bacino spingendo tutta la zona pelvica contro il suo piede che si è ormai incamminato nelle mie mutande. Ridiamo e  parliamo di cose stupide come a voler dare valore solo a quello che sta accadendo sotto al tavolo. Quasi non ce ne frega più nulla del mare e del cielo azzurro. Le dita del suo piede scavano la mia figa come un rastrello fa con la sabbia.

Vengo, proprio quando ho il bicchiere sulle labbra e il mio respiro umido di affanno e volluttà lo fa appannare. Ingoio tutto quello che resta dello champagne.

Poi alzo il braccio e chiamo il cameriere.

Gambe con calze a rete e scarpe rosse col tacco
Piedi nudi che spuntano sotto le lenzuola stese sul terrazzo
piedi con scarpe rosse con tacco che spuntano da una siepe

Schemini, parole e foto di Anita Dadà

Anita Dadà

Anita Dadà è un’artista romana che fa incursioni davanti e dietro la lente fotografica per immortalare l’erotismo quotidiano in scatti che esplorano il corpo, la sensualità e il fetish lasciandosi contaminare da ironia e spontaneità. Quando non scatta fotografie, produce video fetish. Al momento, le sue energie creative sono canalizzate nella scrittura del romanzo erotico d’esordio, di prossima pubblicazione.

Per Le Sex en Rose è autrice di brevi racconti erotici che prendono forma intorno a feticismi gioiosi e trallallà.


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