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Regalo di buone vacanze: anteprima del libro Generazione Slut – Vittima chi?

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Per augurarvi buone vacanze: un estratto da Generazione slut. Suggerimenti e trucchi per una sessualità ribelle di Karley Sciortino, Odoya edizioni, 2019.

Generazione Slut parla di “slut” – zoccole. Una slut è “una persona che non frappone ostacoli morali tra se stessa e il proprio desiderio di godere del sesso”.

In questo libro – che è in parte un manifesto dell’essere slut e in parte un diario non segreto delle avventure sessuali, romantiche e sentimentali di “una zoccola libertaria, sex-radical, edonista, dentro un miniabito in pvc rosa” “che si fa strada tra sesso, amore, incontri occasionali, relazioni aperte, ragazzi, ragazze, bisessualità, bdsm, rotture, sex work, sex party e un sacco di altre cose zoccoleggianti” – la sex blogger americana Karley Sciortino racconta gli alti e i bassi della vita di chi sceglie di vivere apertamente la propria sessualità. Una scelta che porta con sé incognite, rischi e responsabilità.

In questo estratto Karley riflette sul ruolo di “vittima del sesso” che la società attribuisce alle donne e su come consapevolezza e atutodeterminazione possano fare la differenza tra sentirsi una vittima e imparare a salvare il buono dalle situazioni lasciandosi alle spalle il resto del fardello. 

Ho avuto l’onore di portare in Italia questo libro – di tradurlo, introdurlo e illustrarne la copertina. Credo che sia un libro potente e spregiudicato con la straordinaria capacità di rovesciare, espandere e illuminare la prospettiva sulla sessualità, sul sesso e sulle relazioni. Con pionieristica schiettezza e brillante (auto)ironia, decostruisce gli stereotipi e i pregiudizi che ognuno di noi ha interiorizzato più o meno consapevolmente, inneggiando a una sessualità libera, consapevole e dannatamente divertente. 

Buone vacanze!
Le Sex en Rose

VITTIMA CHI?

Se sei una donna sessualmente curiosa, oltre a essere definita una zoccola devi anche sopportare un’infelice cantilena: «Sei proprio sicura di volerlo fare?». Alcuni dei miei personalissimi greatest hits includono anche: Sei proprio sicura di voler fare sesso con quella coppia sposata? Sei proprio sicura di voler partecipare a quel sex party? Sei proprio sicura di voler essere sospesa a testa in giù dal soffitto da un ragazzo con il codino? Sei proprio sicura di voler fare la pipì dentro la bocca di quell’avvocato per 200 dollari? Naturalmente l’insinuazione è sempre: perché potrebbe non piacerti! E la mia reazione è sempre… Okay, e quindi?

In quanto donne, siamo portate a credere che un’esperienza sessuale negativa possa essere devastante; che se qualche idiota oltre passa uno dei nostri confini sessuali, o se andiamo via da un’orgia sentendoci grasse e a disagio invece che illuminate, potremmo non riprenderci mai più. Ma perché le donne devono sempre essere le “vittime” nel sesso? Com’è che veniamo incoraggiate a correre il rischio e provare cose nuove in qualsiasi altro ambito della vita – a “farci avanti”* e giocare duro – ma quando si tratta di sesso diciamo: «Stai attenta o finirai traumatizzata o morta»? Queste idee apocalittiche si trasformano
in profezie annunciate e finiscono per alimentare una sorta di fragilità sessuale che non penso sia sana.

È vero che il sesso può essere molto rischioso: le cose possono andare male, le persone possono farsi male. Ma solo perché ho avuto una brutta esperienza sessuale non significa che sono stata fatta a pezzi. Significa che so come evitare quella cosa in futuro.
Nella mia vita ho fatto un sacco di cose che ho scoperto di non apprezzare: come, per esempio, quella volta che ho permesso al mio ragazzo di legarmi alla cassettiera mentre lo guardavo fare sesso con la mia migliore amica. Com’era prevedibile, è stato davvero orribile, ma almeno posso dire di averlo fatto, no? Il punto è che nella vita ci sono cose peggiori di un sesso scadente (come una sbronza, per esempio).

Ovviamente l’abuso sessuale è una cosa reale e non può essere tollerato in nessuna circostanza. Ma l’abuso è separato dal concetto di vittimismo. Sentirsi vittima è uno stato mentale soggettivo. Pensatela in questo modo: agli uomini viene insegnato che non esiste niente di catalogabile come esperienza sessuale negativa. Fin da piccoli, ai ragazzi viene sostanzialmente insegnato che: tutto il sesso è buon sesso; prendi tutto quello che puoi; anche un pessimo sesso orale è un buon sesso orale. Praticamente l’unica esperienza sessuale quasi negativa che vedrai fare a un uomo in un film è il cliché del ragazzo che viene incastrato a fare sesso con una donna grassa o brutta, che ovviamente non è mai una cosa traumatica per lui, piuttosto un incontro ridicolo che diventa materiale per scherzare con gli amici il giorno successivo. Ma quando una donna viene forzata a fare sesso, passa il resto del film a piangere nella doccia e a sviluppare una smaccata inclinazione per l’autolesionismo stile anni Novanta.

Non è un mistero che la sessualità femminile sia stata tenuta sotto controllo per molto tempo. Ma oggi abbiamo creato un contesto in cui la (presumibilmente predatoria) sessualità maschile dev’essere controllata e quella (presumibilmente passiva) femminile dev’essere protetta: un contesto che a me sembra ugualmente tragico. Al centro della retorica della vittima c’è una premessa familiare e infelice: l’idea che, facendo sesso, gli uomini stiano ottenendo qualcosa mentre le donne stiano rinunciando a qualcosa. È un concetto obsoleto, offensivo e psicologicamente distruttivo per le donne, perché ha il potere di portare le ragazze a credere erroneamente che basti un’esperienza sessuale non perfetta per perdere per sempre una parte di sé. Ehi! Compatire e vittimizzare le donne non ci aiuta, serve solo a ignorare l’importanza dell’esercizio responsabile e consapevole della sessualità femminile.

A metà degli anni Sessanta le università imposero il coprifuoco alle studentesse, mentre ai ragazzi era consentito stare fuori tutto il tempo che volessero. Fu allora che una fazione del movimento femminista, in parte guidato da Camille Paglia – la controversa femminista, accademica e scrittrice che al tempo era una studentessa universitaria –, lottò per conquistare la stessa libertà riconosciuta agli uomini. Le donne rifiutarono il bisogno di protezione speciale chiedendo in cambio l’autonomia sulla propria vita privata. Dicevano: «Dateci la libertà del rischio di essere violentate». Ovviamente, si tratta di un proposito sconvolgente. Ma quello che intendevano affermare è ancora rilevante: preferiamo essere libere nel mondo e accettare qualsiasi rischio connesso piuttosto che essere rinchiuse a passare il tempo a farci le trecce a vicenda come delle passive Raperonzolo.

In questo millennio post-risveglio di giustizia sociale o qualsiasi cosa sia, gli uomini non hanno alcuna scusante per non possedere una profonda conoscenza di tutte le sfumature del consenso. Oggi più che mai dovremmo ritenere gli uomini responsabili per le loro azioni, mantenendo uno standard sessuale elevato. Ma, come do ne, regrediamo a uno stato infantile quando non ci assumiamo la responsabilità delle nostre stesse azioni a letto. Dobbiamo essere in grado di valutare la differenza tra una violenza e una situazione di disagio. Naturalmente non sto dicendo che una vittima legittima di abuso dovrebbe “passarci sopra”. (È importante ricordare che, spesso, le persone che subiscono abusi sessuali si autodefiniscono “sopravvissute” anziché “vittime”, in un tentativo di superare l’idea della vittima femminile passiva che esiste per essere presa da qualcuno.) Siamo noi a decidere a quali momenti della nostra vita dare potere. Siamo noi che scriviamo le nostre storie. Possiamo lasciare che siano le esperienze peggiori a definirci – e diventare vittime invece di sopravvissute – o, dopo che ci accade qualcosa di brutto, trarne una lezione e andare avanti. Perché, realisticamente, essere una fragile vittima non è per niente in linea con la figura della zoccola moderna.

Se voglio godere dei benefici della zoccolaggine devo avere la pellaccia dura. Se voglio la libertà sessuale, devo essere capace di dire di no. Lo slut-power ha a che fare con la libertà ma anche con le responsabilità. Il mondo non è un posto sicuro. Non esiste niente che possa chiamarsi sesso sicuro. Non siamo vittime, siamo predatrici.


* In inglese lean in, identifica una corrente del femminismo promossa dall’imprenditrice e politica americana Sheryl Sandberg con il libro Lean In: Women, Work, and the Will to Lead, tradotto in italiano col titolo Facciamoci avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire (2013).


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