Abortire fa schifo

aborto

Quella che leggerete è un’esperienza personale raccontata a quattro mani e due voci, la mia e quella di Ivano (in grassetto). Abbiamo scritto i pezzi separatamente, senza accordarci prima, quindi troverete alcune ripetizioni.


Ci eravamo trasferiti in Inghilterra da appena otto mesi, dopo aver traslocato le nostre vite da Torino a Bristol dentro quattro bagagli alla ricerca di un futuro migliore del presente.

Stavamo ancora prendendo le misure con la nostra nuova quotidianità dopo il trasferimento, una settimana di AirBnb alla ricerca forsennata di una sistemazione meno temporanea, un mese di coabitazione alla ricerca forsennata di una sistemazione ancora meno temporanea e tutta per noi, il trasloco in pullman nella nuova casa con ben due stanze e la pazza scelta di trasformare la camera che doveva essere “degli ospiti” in una camera di AirBnb.

La nostra casa in affitto immersa nella quiete di un’area familiare e tranquilla della città si animava con il passaggio di esseri umani di qualsiasi età, forma, colore e background, provenienti da tutto il mondo, che entravano e uscivano ripetutamente dalle nostre vite occupando e liberando ciclicamente una parte di frigorifero, un pensile della cucina, il letto “degli ospiti”, il tavolo da pranzo in condivisione, il divano, il bagno.
Ascoltavamo le storie di studenti fuorisede, professionisti in trasferta, turisti occasionali e le rapportavamo alla nostra, cercando avidamente di cogliere spunti e segnali per decidere quale direzione far prendere alla trama della narrazione delle nostre vite.

Eravamo speranzosi per il futuro ma instabili nel presente. Non riuscivamo ancora a chiamare “casa” la patria che ci aveva accolto con quell’accento British incomprensibile e il sorriso forzatamente educato ma neanche quella che avevamo lasciato con le rispettive famiglie, gli amici, i clienti e tutte le cose che ci andavano strette e volevamo scrollarci di dosso.

Rimbalzavamo tra lavori e clienti che ci permettevano di esprimere, in parte, la nostra creatività ma che non ci davano mai abbastanza, o forse eravamo noi che non riuscivamo a dare abbastanza perché, in fondo, non ci sentivamo mai realizzati.
Dovevamo ancora trovare la risposta alla domanda che più di tutte, da sempre, ha scavato dentro le nostre giornate: cosa vogliamo fare da grandi? Sapevamo solo che, qualunque cosa fosse, volevamo farla insieme.

In quel momento interrogativo e indecifrabile delle nostre vite è successo l’assurdo, l’inaspettato, l’improbabile (ma evidentemente possibile): sono rimasta incinta.

In ritardo” è un luogo che abbiamo visitato più volte nella nostra storia insieme, e vi abbiamo traghettato chiunque sia passato casualmente o apposta nelle nostre vite, clienti, amici, conoscenti. Non importava che appuntamento avessimo o che scadenza ci fosse. L’unica cosa certa sarebbe stata l’attesa e chi ci conosce da vicino e ancora ci vuole bene lo sa. Non si è mai trattato di mancanza di rispetto nei confronti del prossimo, ma di una condizione che abbiamo imparato ad accettare come parte integrante del nostro disagio quotidiano.

Vivendo in questo loop, non abbiamo mai calcolato con precisione i giorni del ciclo mestruale ma andavamo a spanne senza preoccuparci mai abbastanza di frequenze e intensità del flusso. Dopo aver interrotto la pillola ormonale c’erano mesi in cui le mestruazioni non arrivavano e altri in cui capitavano per due volte, non ravvicinate tra loro. Indovinare un terno secco al lotto sarebbe stato più semplice che azzeccare il periodo di ovulazione di Morena.
Abbiamo così accettato questa condizione d’incertezza come parte del nostro disagio del ritardo, imparando in qualche modo a gestire l’ansia dell’attesa a volte anche scherzandoci su – questo trimestre ti sono arrivate?

Era inevitabile utilizzare il preservativo come metodo contraccettivo in grado di mettere a tacere le nostre ansie e, purtroppo, anche buona parte delle sensazioni percepite durante il rapporto penetrativo.
In realtà non era così tragica la faccenda e, complice il fatto che arrivavamo da una serie di esperienze personali, relazionali e sessuali che ci stavano trasformando sia come persone che come coppia, avevamo tolto molta pressione dal rapporto penetrativo che ci permettevamo di considerare alla pari di altre attività sessuali ugualmente appaganti.

Questo risveglio avveniva contemporaneamente alla nostra nuova vita a Bristol, che portavamo avanti da privilegiati, in una casa tutta per noi, guardando alle nostre giornate con l’entusiasmo di Primark, ovvero quel sentimento di genuina emozione e scoperta del nuovo.
Giocavamo a trovare le 100 immense differenze con l’Italia, nella settimana enigmistica della vita vera, comprando compulsivamente tutto quello che di più cheap e instagrammabile esistesse.
Guardavamo al disagio di chi stava intorno, fatto di parvenze inesistenti (altrimenti perché andare in giro in piumino e infradito a marzo?), fine settimana alcolici da non stare in piedi e job roles dai nomi altisonanti e manageriali che altro non erano che gli stessi identici lavori che si trovano in ogni parte del mondo, e ci sentivamo felici quando chiudevamo la porta di casa dopo aver salutato i nostri ospiti dell’Airbnb e potevamo tornare a fare l’amore rumorosamente.

La nostra vita professionale era in un momento di stallo e stavamo creando una base per poterci far conoscere in UK come professionisti. Così, di giorno sbrigavamo i lavori d’agenzia che, paradossalmente, arrivavano copiosi dall’Italia ora che eravamo all’estero e di sera vedevamo gli amici o andavamo in palestra o a qualche festa.

In mezzo a tutto questo, negli orari più disparati del giorno e della notte, facevamo sesso, tanto: ci faceva sentire vicini e innamorati.

Avevamo parlato diverse volte della possibilità di avere un figlio e ci eravamo detti – ok, se capitasse, perché no?
In realtà non ci sentivamo pronti e, nonostante accarezzassimo l’idea di avere la vita stravolta da un piccolo tra di noi che potesse ricevere tutto l’amore in eccedenza che sentivamo di non poter dare ulteriormente l’uno all’altra, sapevamo che sarebbe stato quasi impossibile farlo capitare per caso.
Non parlo solo per via dell’uso del preservativo, ma anche di palesi difficoltà biologiche. Da una parte c’era l’irregolarità mestruale; dall’altra le molteplici operazioni che avevo subito in area genitale in conseguenza a traumi sportivi che non avevano dato molta speranza e futuro ai miei spermatozoi.

Con la spavalderia tipica dell’ignoranza, certi che non sarebbe potuto accadere, abbiamo quindi mollato un poco le briglie della contraccezione prima e del buonsenso poi, che a un certo punto è proprio mancato all’appello.
Ci eravamo fissati quasi esclusivamente sul sesso penetrativo non protetto quasi a voler sfidare la sorte alla roulette russa.

Natale stava arrivando a grandi passi e quando ci trovammo ad acquistare l’ennesimo test di gravidanza della nostra vita, più per peace of mind che per reale preoccupazione, il ciclo stava tardando da svariate settimane come era accaduto anche la volta precedente.
La situazione sembrava abbastanza sotto controllo, ma leggevo qualcosa di diverso tra noi: e se non fosse come sempre?
Decidemmo di posporre il momento del test dopo Natale, quasi a voler stigmatizzare un qualcosa che non poteva stare accadendo. (e se invece fosse?)

Il pomeriggio del 31 dicembre 2016 dovevamo sapere: non potevamo portarci nell’anno nuovo questo dubbio, e in più sarebbe stata di certo una serata con alcol e dovevamo sapere come comportarci nel caso… ma non poteva essere possibile.
Mentre stavo fuori dal bagno, provavo a fare le cose inutili che scandiscono i momenti delle giornate inutili per impegnare il tempo: piegare una maglia, lavare i bicchieri, caricare una lavatrice, per convincere me stesso che tutto stava procedendo as usual.

La duplice linea non poteva essere più esplicativa. Avevamo letto più di una volta: possono esistere falsi negativi, ma mai falsi positivi.

Non c’è stato nemmeno il momento del “come è potuto succedere?” Lo sapevamo benissimo.

Non riuscivamo a credere che fosse successo a noi. Noi che pensavamo di avere fatto attenzione. Noi che soppesavamo qualsiasi decisione, comprese quelle insignificanti, fino all’estenuazione. Noi che avevamo fantasticato per anni sul trasferirci all’estero prima di deciderci finalmente a farlo e solo dopo aver preso in considerazione pro e contro di tutti gli stati del mondo. Noi che non riuscivamo a scegliere di pancia neanche una maglia nuova senza esserci assicurati che l’avremmo effettivamente indossata, che saremmo riusciti ad abbinarla con il resto dell’armadio, che sarebbe durata abbastanza da giustificare la spesa.

Noi che nel nostro futuro ci eravamo immaginati più volte genitori. Solo non così.
Solo non in quel momento di profonda incertezza e precarietà economica, emotiva, geografica. Solo non lì, in un luogo straniero in cui non sapevamo neanche dove fossero gli ospedali. Solo non da soli, lontani dalle persone che avrebbero potuto supportarci. Solo non senza averlo deciso, progettato e coltivato, senza la minima idea di cosa significasse affrontare la gravidanza e la genitorialità, inconsapevoli e impreparati.

Ma non era tempo di “se” e di “ma”: era il momento di compiere una decisione importante, questa volta meglio se consapevole e sensata.

Abbiamo tentato di carpire “segnali” da seguire (che a scriverlo suona esageratamente hippy), a interpretare il significato di quello che ci stava succedendo pensando in maniera sia razionale che emotiva. Abbiamo provato ad aggrapparci al nostro amore indiscusso e ad abbassare il volume delle paure che affollavano la testa per improvvisare un ipotetico futuro fatto di “potremmo” e di “magari”. Ma la verità è che, semplicemente, non eravamo pronti.

Così ce lo siamo detti: aborto è stato il nome della nostra decisione. E alla fine di quell’orrendo percorso avremmo imparato che in realtà non eravamo pronti neanche per quello.

Non avevo idea di come reagire.
Ero contento? Non ne avevo idea e guardavo Morena come a cercare di capire anche le sue emozioni.
Ma non ti sei accorta di nulla di strano tu? Le ho chiesto con genuina curiosità. Tipo cambiamenti, sensazioni o segnali che il tuo corpo stesse cambiando per prepararsi ai mesi successivi.
Nulla di nulla.

Quella sera uscimmo ugualmente, capodanno arrivò e il giorno successivo avremmo dovuto prendere in mano la situazione e gestirla.

Sono abituato a pensare a cosa di peggio potrebbe succedere in modo da essere pronti, sperando sempre, in fondo al cuore, di non dover incorrere in quel peggio.

Abbiamo passato la settimana successiva a ponderare per bene cosa si poteva fare e cosa avrebbero comportato le nostre scelte.
Le incognite erano moltissime. A cominciare dal lavoro precario da liberi professionisti, che tanto precario non sarebbe potuto più essere, per arrivare alla carenza di qualsivoglia rete, fatta di amici, familiari, per avere un supporto anche solo psicologico da “chi ci era già passato”.
I parenti, su quelli non abbiamo mai fatto affidamento e non ne volevano nemmeno sapere di venirci a trovare (tranne un’unica zia). Figuriamoci di darci qualsivoglia supporto. D’altronde è il prezzo da pagare quando sostanzialmente fai un percorso talmente distante dalla loro concezione che smettono di capirti e passano a giudicarti e tu, di conseguenza, smetti di cercare la loro approvazione.

D’altra parte, finalmente potevamo avere un figlio ed eravamo contenti di poter fare questo percorso, sicuramente inaspettato, ma dal quale prima o poi saremmo voluti passare.
Abbiamo provato più volte a fare delle proiezioni sul come le nostre vite sarebbero potute cambiare nell’immediato e nel futuro prossimo.

Nessuno sapeva come sarebbe andata a finire quella faccenda e come ne saremmo usciti. Quello che è certo è che le cose sono andate molto diversamente da come avremmo mai potuto immaginare e non eravamo per nulla preparati.

Presa la decisione, non c’era più tempo per pensare.

Eravamo talmente annebbiati dalla convinzione che una gravidanza fosse impossibile (e talmente avvezzi ai miei cicli sballati e dilatati) che prima di fare il test avevamo accumulato un “ritardo” considerevole. Il giorno che finalmente ci eravamo decisi a interrogare le lineette rivelatrici era il 31 dicembre, il pieno delle Christmas Holidays, quando qualsiasi struttura medica lavorava con personale e orario ridotto.

Se c’è una cosa che gli inglesi prendono seriamente, quella è il Natale. Si preparano con mesi in anticipo e già da agosto puoi iniziare a programmare i festeggiamenti scorrendo con lo sguardo le lavagne dei ristoranti che costellano i marciapiedi pubblicizzando i Christmas Party.
La seconda istituzione intoccabile in UK è l’iter, qualunque esso sia. E c’è un iter prestabilito e inaggirabile per ogni casistica della vita. Ergo implorare la receptionist dello studio medico con il panico negli occhi non ha alcun effetto sulle tempistiche dell’iter che interessava a noi.
Ah, e ovviamente nessuno studia l’inglese simulando conversazioni sull’aborto, quindi prima di entrare in ogni centro consultavamo il traduttore.

Molto pragmaticamente, mentre facevamo le nostre valutazioni, abbiamo chiamato un numero dedicato per queste emergenze, per capire se fossimo ancora in tempo per avere delle opzioni oppure no. Dall’altro capo del telefono abbiamo parlato con diverse persone sempre molto gentili e mai giudicanti, né per il nostro accento, che tradiva una provenienza non autoctona, né per il tipo di scelta che stavamo valutando, ovvero l’interruzione volontaria della gravidanza.

Eravamo in pieno periodo di festività invernali, in quel periodo che va da Natale alla Befana, tanto per intenderci e, pure in Inghilterra, i servizi erano sospesi o in riduzione di personale con tempi che si allungavano drammaticamente.
Da un conto approssimativo fatto insieme all’operatrice telefonica, se avessimo voluto intraprendere quella strada avremmo avuto solo pochi giorni per poterlo fare.

Qualche giorno e nausea mattutina dopo quella telefonata abbiamo avuto lo scan (l’ecografia) e la visita prenotate entrambe a tempo di record presso una struttura pubblica in centro a Bristol.

La valutazione psicologica che anticipava lo scan e la visita, è stata fatta vis-à-vis con Morena e la Dott.ssa, per salvaguardare la salute e la reale volontà della donna che stava richiedendo quel tipo di trattamento: non c’è marito/compagno/fratello che tenga: quella scelta può essere fatta unicamente dalla persona in stato interessante e nessun altro.
In quel momento mi sono fatto la domanda anche io se stessi facendo del male a Morena, se in qualche modo psicologicamente la stessi obbligando a una decisione frutto solo di egoismi e che non tenesse realmente in conto la sua volontà e reale complessità emotiva e fisica.

Lo scan è servito per accertare che la gravidanza fosse reale. L’infermiera non era autorizzata a farci vedere cosa lei stessa stava osservando sullo schermo, per non impattare sia emotivamente sulla nostra decisione sia psicologicamente sulle nostre vite attuali e successive a quell’evento.
Siamo stati congedati con una brochure informativa sulle possibilità d’interruzione della gravidanza, farmacologica o chirurgica, e con un elenco di strutture alle quali potersi rivolgere in entrambi i casi.
Alle nostre domande, ci è stato risposto che la soluzione farmacologica era quella meno invasiva e più adatta nella maggior parte dei casi anche per evitare decorsi operatori e possibilità d’infezioni.

Siamo stati rassicurati più volte sulla semplicità della pillola abortiva, che permette in totale sicurezza, e nel comfort di casa propria, di poter arrivare al risultato senza patimenti.
Avrebbe comportato un flusso considerevolmente più importante e dei dolori un poco più forti di quelli mestruali. Niente di preoccupante, basterà prendere qualche paracetamolo e ibuprofene in più come analgesici, ci era stato detto da diverse persone presenti nelle due cliniche cha avevamo visitato.

Avevamo optato per l’aborto farmacologico, che ci sembrava quello meno invasivo e meno rischioso, ma che era anche quello con i tempi più serrati, e a noi restavano ben poche delle settimane di gravidanza entro le quali è possibile eseguire l’aborto (che sia in Inghilterra che in Italia sono circa 10). Ci è stato consigliato di rivolgerci a una clinica convenzionata con l’NHS, il sistema sanitario nazionale, ed è lì che è iniziato ufficialmente il nostro iter: Marie Stopes UK.

Al primo appuntamento mi è stata fatta un’ulteriore ecografia per confermare l’avanzamento della gravidanza e la possibilità di procedere verso l’aborto. Dopodiché sarei tornata altre due volte, a distanza di 24/48 ore, per assumere due tipi diversi di farmaci: prima il mifepristone, quello che effettivamente interrompe la gravidanza bloccando gli effetti del progesterone e inibendo lo sviluppo dell’embrione, poi il misoprostol, quello che induce le contrazioni uterine per favorire l’espulsione del materiale abortivo (in alcuni casi questa potrebbe verificarsi già dopo la prima pillola).

Questa è la procedura nuda e cruda, che è andata esattamente com’era riportato nei vari opuscoli informativi, sul sito della clinica e sui poster che ne tappezzavano i corridoi.

Tutto quello che è successo intorno è stato estenuante e mi ha fatta sentire fortemente a disagio.
I colloqui con il personale medico, i moduli da riempire, le domande delle infermiere incaricate di somministrare i farmaci. Da quando ho messo piede nella clinica e fino all’istante prima di appoggiare la pillola sulla lingua ho dovuto confermare e ripetere che sì, ero proprio sicura di voler eseguire un aborto e no, niente e nessuno mi avrebbe fatto cambiare idea. Sì, avevo valutato tutte le opzioni e quella era la mia volontà. No, non ero indecisa e non avrei avuto ripensamenti. Sì, ero a conoscenza dei vari metodi contraccettivi e sì, ero consapevole della loro importanza.

E l’ho dovuto fare da sola, mentre Ivano rimaneva solo con i suoi pensieri ad aspettarmi sulle sedie delle sale d’attesa, a tenermi la mano puramente in senso metaforico, quando io avrei voluto stringergliela in senso fisico a ogni colloquio e a ogni somministrazione dei farmaci.
Invece l’intero processo è studiato per proteggere “la donna”, per accertarsi che si trovi nella clinica per sua volontà, che non sia stata forzata da nessuno ad abortire, che non abbia subito nessuna violenza, abuso, molestia.
Ovviamente comprendo quanto questa forma di tutela sia fondamentale, ma so che anche nel mio caso si è tradotta in un carico mentale per il quale non avevo sufficiente energia da gestire.
Tutto quello che desideravo era condividere quell’esperienza con l’unica persona capace di farmi sentire supportata e protetta; l’unica con cui potevo spartire la responsabilità della decisione di abortire e quella con la quale avrei vissuto le conseguenze. L’unica che avrebbe sostenuto il mio corpo stremato e torto dal dolore una volta lasciata la clinica.

L’assunzione del primo farmaco è scorsa senza particolari squilibri, non ricordo di aver percepito alcuno scompenso a livello fisico. Ma ricordo esattamente ogni attimo di quello che è successo dopo la seconda somministrazione.

Avevo ascoltato tutte le infermiere, avevo letto tutti gli opuscoli e pensavo di sapere a cosa sarei andata incontro: un flusso più intenso di quello mestruale, dicevano, accompagnato da crampi più dolorosi rispetto al solito. Nausea, vomito, diarrea, mal di testa, febbre/brividi invece facevano parte degli effetti collaterali. Ibuprofene e paracetamolo erano i farmaci consigliati da assumere per alleviare il dolore. 

Ho sempre pensato di avere una soglia del dolore abbastanza elevata e ho sempre avuto dei flussi mestruali poco o per nulla dolorosi, quindi non poteva succedermi niente di così insopportabile, pensavo.

In Italia la procedura di aborto farmacologico prevede la dimissione dall’ospedale o altra struttura sanitaria a espulsione avvenuta. In Inghilterra è diverso e oggi, in presenza di alcuni requisiti, si può anche scegliere di assumere il secondo farmaco direttamente a casa.

Io sono tornata in clinica per la seconda e ultima somministrazione, dopo la quale mi era stato richiesto di andare a casa immediatamente, rigorosamente accompagnata da qualcuno. Eravamo arrivati in pullman e saremmo ritornati con un Uber ma in clinica non mi avrebbero somministrato niente se prima non ci fosse stata un’auto ad aspettarmi nel parcheggio, pronta a partire non appena fossi uscita, per riportarmi a casa. Il motivo l’ho capito a circa metà strada, quando sono cominciati i primi sintomi.

Debolezza, giramento di testa, nausea. Niente che non avessi già passato in qualche precedente episodio di svenimento, ma questa volta sembravamo intensificarsi con un ritmo incalzante strappandomi via ogni energia.

Ero seduta sui sedili posteriori e incrociavo lo sguardo di Ivano dentro lo specchietto retrovisore cercando di fargli capire che non stavo bene, che avevo bisogno di arrivare a casa il prima possibile, ma senza allarmarlo eccessivamente. Gli leggevo la preoccupazione sul volto, ma anche la volontà di mantenere la lucidità, mentre chiedeva all’autista di accorciare il tempo del tragitto, per quanto possibile, senza indisporlo, continuando a fargli raccontare le sue escursioni sciistiche in giro per il mondo, controllando continuamente che io fossi cosciente e reattiva e senza mai usare il mio dolore come allarme. Gli sarò sempre grata per quella cura delicata che ha avuto verso di me, per non avermi mai fatta sentire una vittima indifesa.

La macchina ha accostato al marciapiede, io mi sono buttata fuori dalla portiera e aggrappata al braccio di Ivano per i pochi metri e scalini che ci separavano dalla porta di casa. A quel punto credo di essermi buttata sul pavimento e trascinata fino al divano. Mi sentivo come se il corpo stesse per essere rivoltato dall’interno, Ivano cercava di capire cosa fare ma io ero incapace di esprimere con le parole quello che stavo provando.

Per la somministrazione della seconda pillola, avvenuta il giorno successivo, è stato tassativo presentarsi in clinica, con qualche tablet di antidolorifico da prendere prima di iniziare il processo e con un taxi pronto per noi fuori dalla sede e un accompagnatore, che in quel caso ero io.

Quando l’Uber ci ha lasciati davanti casa, abbiamo appena fatto in tempo a rientrare e Morena ha cominciato a stare male, malissimo.

A una manciata di minuti dall’uscita della clinica ci trovavamo da soli, a casa, con degli antidolorifici che non avrebbero sortito il minimo effetto e il mio corpo che strisciava dal divano al bagno, dal bagno al divano, in preda a ogni singolo effetto collaterale stampato sugli opuscoli. Ivano ha cominciato a chiamare il numero d’emergenza della clinica alla ricerca di un consiglio, una soluzione, un aiuto.

La risposta a tutto quel dolore era semplice: Codeina.

Non riusciva a stare in nessuna posizione che le alleviasse il dolore al basso ventre. Gli antidolorifici comuni non avevano l’effetto garantito e, solo dopo aver chiamato diverse volte per richiedere assistenza alla clinica dalla quale eravamo appena usciti, hanno scucito il nome del principio attivo che ci avrebbe salvati: codeina.

Avevamo l’immensa fortuna di abitare davanti al nostro medico di famiglia, al quale mi sono rivolto per ottenere la ricetta con la quale ho potuto acquistare 4 pastiglie, non una di più non una di meno.

Per fortuna a ogni somministrazione Morena sembrava stare meglio e riusciva ad addormentarsi per un poco, alzandosi piano, di tanto in tanto, per recarsi in bagno, dove espelleva grumi di sangue misti a materia organica. Poi tornava sul divano, a distanza di 4 ore si prendeva un’altra pillola e tutto ricominciava.

Se solo ce l’avessero detto prima, se solo l’avessero scritto sui maledetti opuscoli, se solo qualcuno mi avesse preparata alla possibilità di quel dolore. Avremmo acquistato il farmaco per tempo, e avremmo potuto placare i sintomi. E invece ho dovuto aspettare che Ivano corresse in farmacia, contorcendomi sul divano fino al suo arrivo. E poi, finalmente, il sollievo. Buttavo giù una capsula e il mio corpo si arrendeva alla sonnolenza, silenziando magicamente il dolore. Poi mi svegliavo, cercavo di assaporare ogni momento di tregua fino a quando i crampi tornavano ad appropriarsi lentamente del mio corpo, in attesa di poter prendere un’altra capsula e far crollare nuovamente le palpebre. Dopo alcune ore ho iniziato a stare meglio, a recuperare le forze e quella giornata è finalmente finita.

Sono state 24 ore di fuoco durante le quali siamo passati attraverso un inferno, completamente da soli, e al termine delle quali ci siamo sentiti completamente svuotati di vita.

Avevamo toccato un fondo. Ora dovevamo recuperare le energie e rialzarci.

Dal giorno successivo il dolore fisico si è finalmente spento e ha ceduto il posto a quello emotivo. E non ci sarebbe stata nessuna Codeina in grado di lenire le nostre ferite invisibili.

“È consigliato evitare rapporti sessuali per le successive 2 settimane” dicevano gli opuscoli.
E chi ne aveva voglia? Convivevamo con un senso di colpevolezza per essere stati poco responsabili e poco rispettosi di noi stessi e del nostro rapporto che ora era fiaccato dal ricordo di un’esperienza orrenda e da pensieri negativi. Ci eravamo sottoposti a un dolore gratuito che avremmo potuto evitare se solo fossimo stati più attenti.

Per un mese ci siamo amati con gli occhi, le parole di conforto, gli abbracci e nient’altro. Sembrava impossibile chiudere quel peso in una scatola e tornare leggeri.
E poi, non so come, un giorno siamo riusciti ad avvicinarci fisicamente e abbiamo trovato sollievo in quello che, riflettendoci, ci ha sempre unito facendoci superare i momenti difficili: il piacere. Quello sessuale, romantico, carnale, emozionale, sincero e potente che solo insieme riusciamo a saggiare.

A ripensare oggi, a distanza di qualche anno, a quel periodo, oltre alla sofferenza fisica e mentale che mi (e ci) ha tormentato, c’è un’altra cosa che ha pesato in modo negativo sull’intera esperienza: l’idea che avevo maturato e interiorizzato dell’aborto nel corso della mia vita, che avevo assorbito inconsapevolmente dai vari contesti in cui ne avevo sentito parlare.

Culturalmente siamo condizionati a pensare all’aborto come a un episodio traumatico, un lutto, un’esperienza necessariamente devastante che lascia un segno indelebile, qualcosa di cui possibilmente sentirsi in colpa ed eventualmente vergognarsi. Se non soffri sei insensibile, disumano, irrispettoso della vita. Se non soffri c’è una doppia razione di senso di colpa ad aspettarti: quello per avere abortito e quello per non averne sofferto.

Quando la decisione è toccata a me, ero già mentalmente programmata per soffrire, rassegnata a un iter di dolore all inclusive: prima la sofferenza della decisione, protratta per tutta la procedura abortiva, condita da senso del peccato in abbondanza; poi il pentimento e i rimpianti; poi altra sofferenza ogni qualvolta avessi ripensato o parlato di quell’esperienza, di fronte agli sguardi pietosi e ai silenzi di chi avrebbe dovuto mostrare tristezza per il fattaccio e compassione per il mio comprensibile dolore. E via così, lungo il cammino infinito dell’espiazione.

Ma non esiste opuscolo che dica che l’aborto debba essere un trauma obbligatorio, un tunnel di autoflagellazione mentale senza uscita.

L’aborto dovrebbe essere prima di tutto una scelta (consapevole, ragionata) e un diritto di ogni individuo; e come viverlo, quali sentimenti provare, quale significato dargli, sono decisioni che dovrebbero spettare esclusivamente a chi quell’esperienza la vive sulla propria pelle (direttamente o indirettamente) e non essere imposti da una fantomatica moralità.

E questo l’ho capito solo recentemente e anche grazie alle testimonianze dirette delle persone che hanno avuto voglia di raccontare la propria storia quando, sul canale Instagram, abbiamo affrontato il tema dell’aborto.
Avevamo chiesto: “È possibile avere un’esperienza di aborto non traumatica dal punto di vista emotivo/psicologico?” Il 67% delle persone che hanno partecipato al sondaggio avevano risposto “credo di sì”, lasciandoci piacevolmente sorpresi. (Se volete recuperare il confronto che era nato trovate le storie in evidenza.)

Spogliare l’aborto della retorica del dolore e del senso di colpa non equivale a banalizzarlo o a trasformarlo in una scelta da fare a cuor leggero. E tantomeno far passare l’idea che l’aborto possa essere considerato al pari di un metodo contraccettivo, e questo dev’essere chiaro. Gli effetti sul corpo non sono trascurabili.
Ma se per qualcuno l’aborto può essere triste e tragico, per qualcun altro può essere liberatorio, e non esiste un’esperienza più validità o legittima di un’altra.

Per quanto mi riguarda, abortire ha fatto schifo ed è stato incredibilmente doloroso. Da un punto di vista fisico, l’intensità del dolore che ho provato io è più frequente di quanto facciano intendere gli opuscoli. Mentre cercavamo delle risorse sul web per capire come contenere la sofferenza abbiamo letto tantissime testimonianze di storie simili alla nostra; abbiamo letto racconti di persone che nel tentativo disperato di placare il dolore si sono messe a tagliare compresse di antidolorifico che avevano in casa e ad aspirarle con il naso, sperando in un effetto più rapido.

Mai vorrei passare di nuovo attraverso quelle sensazioni. Ma non rinuncerei mai al diritto di abortire, di decidere consapevolmente per me stessa, per il mio corpo, per il mio futuro, per il mio benessere.

Più volte, nei mesi successivi all’aborto, io e Ivano ci siamo chiesti silenziosamente come sarebbe andata se non avessimo fatto quella scelta, che direzione avrebbero preso le nostre vite.
Oggi non ho più voglia di farlo. Oggi la domanda che mi faccio è come avrei vissuto quell’esperienza se avessi pensato all’aborto come un mio, un nostro, diritto, e una scelta libera e consapevole condizionata esclusivamente dal nostro vissuto, dal nostro personale contesto, dai nostri bisogni, desideri e sentimenti, dal momento della vita in cui ci trovavamo.

E oggi so anche che se non avessimo preso quella decisione molto probabilmente Le Sex en Rose non sarebbe mai nato.


Risorse

Per una narrazione non stereotipata e non punitiva dell’interruzione volontaria di gravidanza:

Qui invece è mappata l’obiezione di coscienza in Italia:


INSTAGRAM
@le_sex_en_rose